Ogni anno, la prima domenica di novembre, si corre la maratona di New York. Un evento che oggi, a 55 anni dalla sua prima edizione, è diventato di culto, non solo per i runner più o meno esperti ma anche per coloro che la osservano come appuntamento sociale e mediatico, identificandola come un fenomeno di costume.
Origini e ascesa
Guardando alle origini, si capisce come questa manifestazione abbia una storia tipicamente americana fatta di creatività e perseveranza. La prima edizione, che si svolse il 13 settembre 1970, contava 127 iscritti: una sola donna. Il percorso consisteva nel compiere più volte il perimetro di Central Park fino al raggiungimento dei 42,195 chilometri, il costo d’iscrizione era di un dollaro appena e ad assistere alla gara c’erano meno di cento spettatori. Numeri che oggi fanno sorridere ma che, nel giro di pochi anni, mutarono drasticamente.
Il primo momento di cambiamento importante giunse nel 1976, quando, in occasione del bicentenario della nascita degli Stati Uniti, il percorso venne modificato: dal circuito intorno a Central Park si passò ad attraversare i cinque distretti della città (Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx e Manhattan). In soli sei anni, la gara era arrivata a contare 2.090 iscritti e 1.549 “finisher”. Ma, soprattutto, aveva assunto i contorni di quello che è oggi: una corsa che seziona internamente New York, consentendo ai partecipanti di avere un approccio tangibile con l’identità multiforme dei suoi quartieri. Un’idea che si rivelò decisiva nel determinare il successo della gara, che negli anni Ottanta si consacrò come un evento di massa di caratura internazionale. La crescente visibilità mediatica, culminata con la prima diretta televisiva nazionale su ABC-TV nel 1981, coincise con il primo “running boom” americano, trasformando uno sport di nicchia in un fenomeno popolare. La crescita del numero di partecipanti fu esponenziale: se, all’inizio del decennio, tagliavano il traguardo circa 12.000 persone, nel 1989 il numero di “finisher” arrivò a sfiorare i 25.000.
Anche in Italia, la maratona di New York ebbe un impatto significativo sulla cultura di massa grazie alle imprese dei nostri atleti, che salirono sul gradino più alto del podio per tre anni consecutivi: nel 1984 e nel 1985 fu Orlando Pizzolato a conquistare l’oro mentre Gianni Poli ne raccolse l’eredità nel 1986. In un Paese nel quale non c’era mai stata una grande cultura della pratica sportiva, fu sempre più frequente vedere nelle strade e nei parchi cittadini persone di tutte le età correre con le andature più diverse. Anno dopo anno, la corsa ha saputo mettere in evidenza situazioni che ne hanno accresciuto l’immagine e i valori di cui vuole rappresentare una vetrina privilegiata. Come nel 1992, quando Fred Lebow, primo ideatore insieme a Vincent Chiappetta, corse la distanza malato di tumore al cervello, affiancato dalla plurivincitrice degli anni Ottanta Grete Waitz. Un fortissimo messaggio di speranza e di resistenza indirizzato al mondo che venne ripreso con ancora maggiore enfasi nel 2001, quando la maratona decorò della sua fatica catartica una città ancora scossa dall’attentato alle Torri Gemelle di due mesi prima.
Con questi presupposti, abbinati alle attività organizzative e promozionali che la sostengono, la manifestazione rappresenta oggi un punto di riferimento globale non solo per chi pratica la corsa ma anche per coloro che, più in generale, amano lo sport. I numeri lo testimoniano: nel 2024 sono stati 55.646 gli atleti che hanno tagliato la linea del traguardo, seguiti da circa due milioni di persone che li hanno affiancati lungo il percorso. Uno spettacolo, un magma di emozioni che spinge migliaia di sportivi di tutto il mondo a prendere un pettorale per la gara: gli ultimi dati dicono che, su un giro d’affari complessivo di circa 700 milioni di dollari, il 60% è costituito da spese di visitatori che arrivano da fuori città.
Il percorso, per quanto difficile, non è il più duro delle Majors (circuito delle più importanti maratone del mondo che, oltre a quella della Grande Mela, include Tokyo, Boston, Londra, Berlino e Chicago). La sua storia non è la più antica. Ma quando ci si approccia per la prima volta all’idea di mettersi alla prova in quei fatidici 42 chilometri e 195 metri, New York è il primo posto nel quale lo si vuole fare. È un pensiero che si insinua nella mente: voglio fare qualcosa di grande, voglio partecipare a una maratona, voglio farlo a New York. E spesso, una volta che si è raggiunto l’obiettivo, si vuole ripetere l’esperienza altre volte. Correre per le strade della città è il punto di arrivo di un viaggio che comincia molti mesi prima.
Cosa significa prepararsi e correre la maratona di New York
Per prepararsi bene, infatti, è necessario seguire un programma di allenamento che, in media, si sviluppa su sedici settimane e che va modulato in base a diversi parametri: ritmo di gara, età, condizione fisica e livello di preparazione pregresso. Il periodo di preparazione è importante: permette di costruire la capacità di raggiungere l’obiettivo e di alimentare l’attesa per una giornata che sarà emozionante a prescindere dal risultato. Corpo e mente sono proiettati verso qualcosa che si è scelto perché lo si ritiene importante. I giorni trovano un senso che si espande e si riflette sulle attività ordinarie; lavoro e impegni familiari perdono spesso la precedenza davanti alla necessità di trovare il tempo per allenarsi, che si corra da soli o in compagnia di altri atleti ugualmente motivati. È un periodo pieno di suggestioni, che proietta alla domenica della gara, quando alle sette del mattino si chiudono i cancelli a Fort Wadsworth, punto di ritrovo prima della partenza, e iniziano le ultime ore di attesa prima dello start che, per la prima onda di runner, è previsto poco dopo le nove, subito dopo l’inno nazionale.
I primi metri si corrono un po’ in sordina: non ha senso andare veloci, soprattutto perché la prima parte del ponte di Verrazzano è in salita. Si tratta dell’inizio del percorso, nel quale ai lati non si trovano appostate decine e decine di spettatori che improvvisano un’allegra confusione fatta di trombette, urla di incitazione, bambini che allungano le mani per toccare quelle dei partecipanti che, appena terminato il ponte di Verrazzano, planano nel vociare colorato di Brooklyn, dove è facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo di una gara non ancora offuscata dalle ombre della fatica. Le gambe volano veloci tra le ali di folla che incorniciano le strade dei due boroughs al di là di Manhattan. Anche il Queens, oltre a Brooklyn, esprime tutto il calore popolare, pluriculturale e multirazziale di New York: ispanici, neri, asiatici ed europei dell’est riempiono di cartelli colorati i marciapiedi della città, accompagnando gli atleti in una prima metà di gara nella quale bisogna essere bravi a evitare che questo contorno energizzante faccia girare troppo le gambe, che devono conservare le forze per gestire gli ultimi chilometri.
Arrivati al Queensboro Bridge, si affronta il primo ostacolo veramente duro del tracciato. Siamo intorno al ventiquattresimo chilometro, con i primi segnali di fatica che si fanno sentire. Il ponte che collega il Queens a Manhattan inghiotte i partecipanti in un cono d’ombra quasi lugubre. Dopo aver lasciato il Verrazzano Bridge, è il primo tratto del percorso senza ali di folla a spingere i partecipanti: il silenzio regna quasi spettrale, incrinato solo dallo scalpiccio dei loro passi appesantiti. Quasi un chilometro di salita al 4% di pendenza che, se non si è ben allenati, rischia di bloccare completamente i quadricipiti prima che la parte declinante del ponte diriga verso la First Avenue.
Uscire dal Queensboro Bridge è un’esperienza di rinascita: dopo minuti pieni di sforzo che fanno sorgere dubbi e incertezze, il richiamo sempre più vicino delle urla entusiastiche del pubblico trasmette una scarica di adrenalina che percuote gli atleti dal cervello ai piedi. Brividi sulla schiena, “cinque” battuti a ripetizione con gli spettatori che incitano senza sosta, occhi inumiditi: è da questa cascata di emozioni che emergono i runner, trovandosi davanti il percorso in falsopiano della First Avenue, un lungo rettilineo a più corsie che porta nei pochi metri in cui la maratona attraversa il Bronx prima di affacciarsi sulla Fifth Avenue.
Sono gli ultimi sette chilometri del percorso, i più duri perché, oltre ad essere gli ultimi, sono irregolari, presentando continue salite e discese che feriscono i muscoli pieni di acido lattico. È il punto della gara nel quale la forza di volontà si erge a protagonista assoluta: il corpo implora di fermarsi, di smettere di correre. È il cervello che si deve imporre, che comanda quel supplemento di sforzo che fa dell’atleta un vero maratoneta. È il momento in cui chi tifa dai marciapiedi diventa un fattore più cruciale che mai: gli innumerevoli “you got it”, “you’re almost there”, “go go go” costituiscono una litania di supporto alla quale i corridori si aggrappano per raggiungere la finish line che, arrivati a Columbus Circle, dista solo qualche centinaio di metri. C’è musica nell’aria, eccitazione diffusa, soddisfazione incommensurabile.
Tagliato il traguardo, diventa impossibile non arrendersi a una commozione dai tratti quasi mistici, che segna per sempre l’anima di un maratoneta che ha corso a New York.
Articolo pubblicato su: https://www.puntero.it/2025/10/30/maratona-di-new-york-storia-fascino/








