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L’utilizzo dei dati al mondiale 2026

democratizzazione del gioco o rischio omologazione?

In Canada, Messico e Stati Uniti tutte le nazionali avranno accesso a Football AI Pro, la piattaforma analitica sviluppata da FIFA e Lenovo. Un elemento di equità tecnica che rischia di rendere troppo omologato il gioco

Al Mondiale 2026, il primo a essere giocato nell’era dell’intelligenza artificiale, tutte le nazionali partecipanti avranno accesso alla stessa piattaforma di analisi dati avanzata: si chiama Football AI Pro, è sviluppata da FIFA e Lenovo e viene messa a disposizione degli staff tecnici di tutte le 48 rappresentative che partecipano alla competizione. 


L’Intelligenza Artificiale e l’analisi calcistica

La piattaforma è stata presentata nello scorso mese di gennaio al Lenovo Tech World 2026, alla Sphere di Las Vegas in apertura del CES, con la presenza congiunta del presidente FIFA Gianni Infantino e del CEO di Lenovo Yuanqing Yang. Nei comunicati ufficiali è definita un “generative AI knowledge assistant”: uno strumento di risposta alle domande di analisi calcistica. E non, sia chiaro, un sistema autonomo di decisione tattica. È costruita su un’infrastruttura Lenovo integrata con il Football Language Model di proprietà della FIFA, ed è impostata su più agenti specializzati che operano per estrarre le informazioni più pertinenti da un database di dimensioni enormi. In altri termini: i dati su cui lavora (centinaia di milioni di informazioni legate a partite, giocatori e squadre) appartengono alla FIFA, che li gestisce, mentre Lenovo fornisce l’infrastruttura e le soluzioni attraverso cui vengono elaborati. Le risposte che fornisce vengono generate in testo, video, grafici e visualizzazioni tridimensionali, con supporto multilingue (per chi ha un po’ di dimestichezza con lo strumento, è qualcosa di simile a Notebook LM), e possono essere richieste da analisti, allenatori e giocatori, con funzioni specifiche per ciascuno. L’uso è previsto esclusivamente per le fasi pre e post-partita: la FIFA, infatti, ha precisato in modo chiaro che lo strumento non è utilizzabile durante lo svolgimento degli incontri.


Le risorse e i problemi di democratizzazione 

La scelta della FIFA, come, in parte, quella di allargare la partecipazione alla fase finale a 48 squadre, è improntata a un principio democratico. Aprire a tutte le nazionali l’ingresso a Football AI Pro significa dare alle federazioni con meno risorse uno strumento di analisi che fino a ieri era riservato a pochi. L’accesso all’analisi più sofisticata dei dati dipende spesso dalle risorse finanziarie e tecniche di cui dispongono le singole nazionali. Al Mondiale 2026 ne partecipano quattro al loro esordio assoluto, tra cui Curaçao e Capo Verde, due delle nazioni più piccole ad aver mai raggiunto una fase finale. Per uno staff tecnico privo di analisti dedicati, di software proprietari o di abbonamenti a piattaforme di scouting premium, avere accesso allo stesso strumento di chi ha un reparto dati strutturato da anni è un vantaggio concreto: significa poter affrontare lo studio di ogni avversario con informazioni verificate e video che riducono i tempi di elaborazione e garantiscono standard di qualità e affidabilità elevati. La conoscenza, almeno in termini di accesso agli strumenti, smette di essere un elemento di differenziazione basato sulla ricchezza: in questo senso si può parlare di democratizzazione. Ma cosa può succedere quando 48 squadre consultano le stesse informazioni e ricevono risposte costruite sullo stesso modello linguistico? La risposta è semplice: si creano le condizioni per una convergenza interpretativa di quei dati. Non necessariamente una convergenza nel modo di giocare ma certamente nel modo in cui vengono considerati elementi come la gestione degli spazi, l’analisi delle transizioni e il possibile sfruttamento dei posizionamenti nei calci piazzati, solo per fare qualche esempio. 


Tendenza all’omologazione 

La tendenza all’omologazione, del resto, è stato un dato osservabile già da prima che si propagassero gli strumenti di intelligenza artificiale. La diffusione delle immagini delle partite trasmesse da televisioni e web ha contribuito a uniformare certi approcci. Prendiamo, per fare un esempio, la cosiddetta costruzione dal basso. Fino a quando il Manchester City non ha acquistato Haaland, per molti quello era l’unico modo per riprendere l’azione dopo una rimessa da fondo campo, a prescindere dal tipo di giocatori a disposizione. Dopo che Guardiola ha deciso di rinunciare allo spazio come centravanti prendendone uno vero, i Citizens hanno cominciato a valutare anche altre opzioni tattiche diverse dal palleggio ai limiti della propria area di rigore, svincolando anche molti altri allenatori dalla necessità di ricorrevi a tutti i costi.
Altro esempio è quello riconducibile alla Coppa d’Africa. Mentre, fino a pochi anni fa, almeno nelle rappresentazioni sostenute dalle nazionali meno evolute, quel torneo portava con sé elementi di differenza sia tattica che tecnica rispetto agli stilemi del calcio europeo (che, a volte, potevano anche apparire ingenui o troppo istintivi), nelle più recenti edizioni di questa diversità si è persa qualsiasi traccia. Giro palla all’indietro, meccanismi difensivi collaudati, giocatori avanzati con il piede invertito sono stati un bagaglio comune in qualsiasi fase della manifestazione, dimostrando quanto, anche nel calcio, la circolazione delle informazioni avvenuta tramite lo studio delle immagini (oltre all’apprendimento sul campo dei giocatori emigrati all’estero) abbia influito sull’allineamento delle impostazioni di gioco. A questo mondiale, con uno strumento di analisi condiviso da tutte le 48 squadre, si aggiunge un ulteriore elemento di standardizzazione. Il pericolo – non una certezza, ma una probabilità significativa – è che le interpretazioni tattiche si assomiglino sempre di più, riducendo la possibilità di sorprese che spesso, in passato, sono state decisive per risolvere le gare. È un rischio che sarà sempre più elevato con l’espansione degli strumenti come Football AI Pro a una platea di fruitori più allargata.

L’utilizzo critico dell’Intelligenza Artificiale  

A questo punto, l’analisi merita di essere ulteriormente approfondita. Si, perché, va detto, i dati uguali non producono automaticamente calcio uguale. La catena che lega il dato alla partita è lunga, e in ogni suo snodo si inseriscono fattori che nessun algoritmo può uniformare: dalla qualità dello staff nel leggere le informazioni ricevute alle conoscenze tattiche che un allenatore porta con sé dopo anni di lavoro in contesti geografici e culturali diversi. Football AI Pro risponde alle domande che gli vengono poste, e il perimetro di quelle domande è definito da chi lo usa. La qualità dell’interrogazione, la capacità di formulare ipotesi non ovvie e il coraggio di discostarsi dalle soluzioni statisticamente più frequenti restano responsabilità umane che una piattaforma non sostituisce. Uno staff che la usa non per cercare conferme a ciò che già pensa ma per mettere in dubbio le proprie certezze, probabilmente ne ricaverà qualcosa di utile e originale. Non basta avere uno strumento: occorre la capacità di usarlo in modo critico, di interrogarne le risposte, di capire su quali fonti e assunzioni è costruito e dove i suoi modelli potrebbero non descrivere adeguatamente contesti calcistici lontani da quelli su cui è stato addestrato. Il dato ricevuto non è mai pienamente neutro: è anche il risultato di scelte su cosa misurare, come misurarlo e quanto peso assegnargli.
Quello che sarà interessante osservare nel corso del Mondiale 2026 è se la disponibilità di una piattaforma condivisa produrrà effettivamente partite più simili tra loro, o se invece emergeranno usi creativi dello stesso materiale analitico. 


Il fattore umano 

Ma c’è un ulteriore elemento al quale ricorrere per esorcizzare il pericolo di un calcio troppo uguale a se stesso: quello del fattore umano. Quello dei giocatori che sono capaci di far saltare gli schemi con una giocata, con la creazione di una superiorità numerica o con un tiro imparabile. Riscoprire il valore assoluto dei calciatori “tecnici” che, oltre alle capacità atletiche e tattiche – conditio sine qua non del calcio contemporaneo di vertice – siano in grado di esprimere quell’imprevedibilità che, sola, può avere la forza di scardinare l’andamento di un match che, se non cade nell’errore, è destinato ad approdare allo 0-0, può essere il vero antidoto all’eccesso di omologazione. Un pertugio interpretativo che lo svolgimento di questo mondiale dovrebbe confermare.       

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