All’aeroporto internazionale di Kansas City, alcuni giorni fa, come ha riportato The Atlantic in un articolo pubblicato lo scorso 15 maggio, il Segretario del Dipartimento della Sicurezza Nazionale stringeva una pallina rosa antistress nella mano destra. Markwayne Mullin, uomo con un passato da lottatore, non nascondeva la sua preoccupazione davanti alla schiera di agenti della Customs and Border Protection mentre spiegava che gli Stati Uniti non sono del tutto pronti a ospitare i Mondiali 2026. Un’affermazione pesante e, per molti, inattesa, che nasce da una serie di motivazioni.
Il torneo che comincerà l’11 giugno coinvolge 48 squadre, tre nazioni, 16 città — undici negli Stati Uniti, tre in Messico, due in Canada — e un calendario di 104 partite distribuite su oltre un mese, durante il quale si stima che l’afflusso potrebbe raggiungere i sette milioni di visitatori internazionali. Mullin ha sostenuto che gestire la vigilanza di questo Mondiale equivale a proteggere 78 Super Bowl. La cifra è discutibile nella sua precisione aritmetica, ma utile per capire la dimensione dello sforzo necessario. Un Super Bowl è concentrato in una città, dura un giorno, ha una catena di comando verticale e consolidata. Il Mondiale 2026 è una manifestazione itinerante, che scivola su tre sistemi giuridici e di polizia diversi (apparato federale, statale e cittadino) e si sposta portando con sé flussi di persone, veicoli, dati e minacce di vario genere.
I rischi da affrontare
Il primo ordine di problemi è quello della protezione fisica degli impianti. Gli stadi saranno circondati da perimetri di sicurezza estesi e da un dispiegamento congiunto di agenti federali e locali. Su questo fronte, le procedure esistono e vengono applicate a ogni grande evento americano da vent’anni. Ma il problema non è ciò che può accadere dentro gli stadi, bensì ciò che avviene all’esterno. I cosiddetti “soft targets” — le zone morbide, prive di perimetro e di controllo sistematico — sono la parte più difficile da coordinare: bar, ristoranti, piazze, stazioni della metropolitana, fan zone all’aperto. Sono gli spazi in cui milioni di persone si muovono liberamente prima e dopo le partite, in orari prevedibili, in luoghi pubblici conosciuti. Sono le aree più difficili da presidiare senza trasformare l’evento in un dispositivo di protezione permanente. Per capire la difficoltà del compito, basti evidenziare che la città di San Francisco e lo Stato del New Jersey hanno già cancellato i grandi fan fest all’aperto previsti per il torneo. Le motivazioni ufficiali non hanno parlato esplicitamente di ragioni legate alla sicurezza, ma la correlazione appare evidente: organizzare un raduno di decine di migliaia di persone davanti a un maxischermo, in uno spazio aperto e accessibile, è un problema che le autorità locali hanno preferito non affrontare. In Missouri, invece, si è deciso di mobilitare la Guardia Nazionale.
Vanno poi considerati i pericoli che in occasioni come queste richiedono un monitoraggio costante. Le minacce terroristiche, anche di matrice jihadista o da parte di individui radicalizzati che agiscono in autonomia, rimangono una preoccupazione concreta per qualsiasi grande evento con visibilità globale. I tornei internazionali sono obiettivi simbolici: colpire un Mondiale garantirebbe una platea potenziale di miliardi di spettatori. Il sistema di intelligence americano lavora su questi scenari da anni, ma la distribuzione geografica del torneo moltiplica le variabili da valutare e riduce la possibilità di concentrare le risorse.
Il caso Seattle
Tra i casi più complessi che le autorità di sicurezza si troveranno a gestire, ce n’è uno che combina calcio, geopolitica e diritti civili. Il 26 giugno Seattle ospiterà la partita tra Iran ed Egitto. In quei giorni, la città celebrerà il Pride, l’appuntamento annuale della comunità LGBTQ+ che a Seattle ha una storia lunga e una partecipazione significativa. E, come si intuisce osservando le dinamiche di politica estera, non si tratta di una coincidenza priva di conseguenze. L’Iran è uno dei Paesi in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono criminalizzati e possono essere puniti con la morte. In Egitto le autorità perseguono persone LGBTQ+ attraverso norme su moralità pubblica e “debauchery”, dentro un sistema repressivo consolidato, sebbene l’omosessualità non sia esplicitamente penalizzata. Le federazioni calcistiche di entrambi i Paesi hanno già fatto pervenire alla FIFA comunicazioni formali: quella egiziana ha rifiutato categoricamente ogni modalità di supporto simbolico all’omosessualità; quella iraniana ha chiesto il bando delle bandiere arcobaleno all’interno dello stadio e nelle sue vicinanze.
Le autorità di Seattle dovranno amministrare, nello stesso fine settimana e a pochi chilometri di distanza, eventi di supporto alla causa LGBTQ+ e uno stadio che, presumibilmente, vedrà la presenza di tifosi provenienti da due Paesi che considerano quelle manifestazioni offensive o illegali. In ogni caso, ci saranno due rappresentative, con i rispettivi delegati, portatrici di posizioni radicalmente contrapposte al tema del Pride. In un contesto del genere, qualsiasi incidente, anche minore e isolato, avrebbe una risonanza internazionale immediata. Le zone di separazione, i trasporti pubblici, la presenza delle forze dell’ordine nei punti di contatto: tutto dovrà essere pianificato con una precisione che va ben oltre la routine. Seattle è, in questo senso, la sintesi più nitida delle complessità che gestire un andamento fluido della manifestazione comporta.
Le falle istituzionale in vista dei Mondiali 2026
A una situazione già di suo complicata, bisogna aggiungere le conseguenze derivanti dallo shutdown federale che ha congelato i finanziamenti del DHS (Department of Homeland Security) per 76 giorni. Questo ritardo ha avuto effetti concreti sulla preparazione dell’apparato di sicurezza. La CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency), agenzia federale dedicata al presidio delle infrastrutture informatiche, ha registrato una perdita di 1.101 dipendenti, circa un terzo della sua forza lavoro, durante e dopo il blocco. La TSA (Transportation Security Administration) ha subito l’allontanamento dell’8% dei propri dipendenti. Mullin stesso ha ammesso pubblicamente che la pianificazione è “mesi indietro” rispetto ai tempi previsti.
Questi numeri hanno ricadute operative dirette. La TSA è già sotto pressione per una scelta che molti considerano discutibile: dirottare agenti dai controlli aeroportuali ai varchi degli stadi durante le partite. Questo nonostante gli aeroporti continuino a funzionare mentre si disputano le partite. Il doppio impegno, con un organico già ridotto, genererà situazioni di congestione significative. I funzionari del DHS, in dichiarazioni informali, hanno ammesso che l’agenzia non è strutturalmente attrezzata per gestire i due fronti contemporaneamente. A complicare ulteriormente il quadro, la mancanza di continuità nella guida del dipartimento — Mullin è subentrato solo a marzo — ha interrotto la pianificazione in una fase in cui la preparazione avrebbe dovuto essere già avanzata.
Un’ulteriore criticità è il coordinamento tra livelli di governo diversi. Il torneo coinvolge undici città americane con amministrazioni locali diverse, forze di polizia con capacità e culture diverse. L’integrazione con Canada e Messico va a sommare un livello di complessità diplomatica e operativa aggiuntivo. Nei fatti, la catena di comando che collega il livello federale alle singole sedi di gara non è ancora consolidata, a meno di un mese dall’inizio del torneo.
La dimensione cyber
I Mondiali 2026 sono anche un potenziale obiettivo di prima grandezza sul fronte delle infrastrutture informatiche, e su questo fronte la perdita di un terzo del personale della CISA pesa moltissimo. Gli Stati che potrebbero lanciare attacchi contro queste architetture digitali — i più temuti, in questo senso, sono Russia, Cina, Iran e Corea del Nord — hanno obiettivi diversi, ma convergono nell’interesse a sfruttare la visibilità e la vulnerabilità di un evento di dimensioni planetarie come un Mondiale. Mosca ha già dimostrato di saper usare malware specifici in contesti sportivi internazionali, come documentato nel caso “Olympic Destroyer” a PyeongChang nel 2018, dove l’obiettivo, anziché distruggere i sistemi, era causare interruzioni spettacolari capaci di dipingere il Paese ospitante come tecnicamente inadeguato.
La Cina tende a strategie di accesso silenzioso alle reti, con obiettivi di lungo periodo che vanno oltre la manifestazione stessa. Ma le minacce non provengono solo dagli Stati nazionali: il mercato parallelo dei biglietti, infatti, ha già generato una proliferazione di siti cloni e applicazioni fraudolente, con campagne di phishing che, secondo analisti di settore, in alcuni casi sono riconducibili a organizzazioni criminali strutturate. Le connessioni sicure tra le forze dell’ordine delle undici città ospitanti, i sistemi di gestione dei trasporti, le reti elettriche locali passano tutte per infrastrutture digitali che devono essere monitorate in tempo reale da un’agenzia che oggi ha un terzo del personale in meno rispetto a un anno fa. Un dato che desta inevitabile preoccupazione.
Come gestire la sicurezza nel tempo che rimane
La FIFA ha stanziato 625 milioni di dollari per la sicurezza, distribuiti alle città ospitanti attraverso la FEMA (Federal Emergency Management Agency). Significa che gli elementi necessari per il funzionamento di un sistema di protezione ci sono, dal denaro alle procedure fino ai protocolli di coordinamento tra agenzie, che sono stati sviluppati e aggiornati dopo ogni grande evento degli ultimi vent’anni. Il problema è l’attuale condizione di un sistema che, pur esistente, ha un organico numericamente limitato, una pianificazione in ritardo, una sincronizzazione internazionale ancora da stabilizzare e margini di intervento ridotti all’osso.
Il fatto che il Mondiale si farà non è in discussione. E, con ogni probabilità, si concluderà senza le catastrofi che i documenti preparatori evocano. La situazione, però, richiede la massima attenzione operativa per affinare al meglio, nel poco tempo che rimane, i sistemi di vigilanza. In un torneo che si sviluppa in un arco temporale di oltre un mese, in undici città di tre Paesi diversi, con milioni di visitatori internazionali e una quantità di variabili sensibili che si concentrano, anche il verificarsi di un solo shock imprevisto può mettere in crisi tutto l’apparato. È una circostanza con cui l’impianto di sicurezza americano deve fare i conti, ottimizzando le risorse disponibili nei pochi giorni che precedono l’inaugurazione della Coppa del Mondo più allargata di sempre.








