Anche a Wimbledon, il numero uno del tennis mondiale ha dimostrato atteggiamenti lontani dagli stereotipi legati al nostro Paese. Dai quali tutti possiamo trarre spunti per migliorare
Le ultime luci del giorno stanno degradando velocemente dietro il centrale di Wimbledon quando Jannik Sinner sferza l’ultimo colpo che lo porta a vincere il torneo londinese. Un momento epico ed epocale per qualsiasi tennista, soprattutto quando è la prima volta che gli succede. È normale, in quel momento, lasciarsi andare, cedere alla gioia, mollare le impostazioni mentali che hanno contribuito a costruire quella vittoria. Quanti, a partire dal glaciale svedese Bjorn Borg, si sono lasciati cadere a terra, stremati dall’emozione, onda che si sovrappone alla fatica nello sfidare la tenuta del corpo e della mente dell’atleta? Quanti hanno lanciato la racchetta lontano da sé, hanno ceduto alle lacrime, hanno dovuto spendere un supplemento di energia per ritrovare la compostezza necessaria per andare a stringere la mano all’avversario, ricevere la coppa e trovare le parole giuste per pronunciare un discorso accettabile per forma e contenuti?
Tanti, forse tutti i vincitori del torneo prima di quest’anno. Non Jannik Sinner, sempre più stabile nella sua posizione di numero uno della classifica mondiale: il colpo decisivo, quello che lo rende campione di Wimbledon per la prima volta, lo accoglie in piedi, sollevando le braccia verso l’alto come a voler accogliere l’abbraccio di una vittoria che sembra lambirlo con la levità di una brezza marina. Una reazione che, nel giro di pochissimi secondi, accenna un brivido disordinato, quando la telecamera indugia sul suo sguardo che sembra avere un sussulto di commozione. È solo un attimo, quello che permette di immaginare i singulti incontrollabili di altri tennisti, quando non di noi stessi immaginando di stare al suo posto. Una parentesi breve, infinitesimale, che si chiude con le mani portate al volto proprio per nascondere quel momento che, evidentemente, Sinner non vuole concedere alle telecamere e a un pubblico ormai planetario. Una riservatezza che ha radici nella sua terra, nel silenzio fuori moda delle montagne, oggi costrette a piegarsi all’insensatezza del rumore che riempie i vuoti dell’anima nei rifugi che raccolgono i cocci di esistenze agitate perché inconsapevoli.
Non la sua. Non quella di un ragazzo nato per fare sport, capace di comprendersi e di lavorare su se stesso con una determinazione feroce, assolutamente fuori dal comune. Quando dice di alzarsi la mattina felice all’idea di cominciare ad allenarsi, quando comprende che anche migliorare di uno 0,1% è un risultato importante, quando ammette di aver subito un contraccolpo pesante dalla finale persa al Roland Garros e di voler utilizzare quella sconfitta come insegnamento per commettere meno errori in futuro. Esempi di un’etica del lavoro portata a livelli di eccellenza che, abbinata a doti naturali non ordinarie, ha prodotto i risultati che tutti possiamo ammirare.
Cosa c’è, in tutto questo, di tipicamente italiano? Poco, evidentemente. Non che nella nostra penisola non ci siano persone con le caratteristiche che manifesta Jannik ma, indubbiamente, il loro numero non è tale da caratterizzare i tratti distintivi della nostra popolazione. Prendiamo i due più recenti episodi negativi che hanno colpito la carriera di Sinner: la squalifica per doping e, come già accennato, la sconfitta a Parigi contro Alcaraz, conseguenza anche dell’aver sprecato ben tre match point consecutivi. Molti connazionali avrebbero gridato al complotto di un sistema che li voleva danneggiare, nel primo caso; alla sfortuna, al campo che aveva qualcosa che non andava, alle palline che si erano improvvisamente depressurizzate, nel secondo. Far scivolare le responsabilità di un insuccesso verso altro da sé è uno degli sport nazionali che ci riesce meglio. Una debolezza che sembra aliena al numero uno dell’ATP. Allo stesso modo dell’assenza totale di piaggeria, altro sport in cui molti italiani (e non solo loro, a dire il vero) sanno essere campioni. Basti ricordare il controverso rifiuto all’invito del Presidente della Repubblica per celebrare i successi del tennis italiano del 2024. Al di là delle considerazioni legate all’opportunità di quella scelta, va detto che probabilmente nessuno avrebbe declinato un invito al Quirinale. Anche in questo, Sinner è uscito dall’ordinario. Un italiano atipico, come del tutto fuori dal comune è la relazione che lo lega alla famiglia. Un fratello che preferisce presenziare alle gare di Formula Uno invece che assistere alle sue finali, una madre e un padre che continuano a svolgere il loro lavoro nonostante il figlio sia diventato plurimilionario: in quale altra famiglia potrebbe succedere la stessa cosa, quando si vedono tutte le domeniche genitori rumorosi e maleducati aggrappati ai campi di calcio nella speranza che i loro figli possano aver successo per goderne i benefici?
Si dirà che è la provenienza geografica di Sinner a non poterlo rendere un italiano tipico. Assunto contestabile, dal momento che il Trentino-Alto Adige è una regione del nostro Paese come lo sono la Sicilia, la Puglia o il Veneto, ossia territori diversi e abitati da popolazioni con usi e costumi propri, spesso anche piuttosto diversi tra loro. Corroborato dal fatto che Jannik ha lasciato il proprio paese da adolescente per trasferirsi in Liguria e cominciare la costruzione del suo futuro alla scuola di Riccardo Piatti. Crescendo, quindi, in un contesto che gli ha permesso di conoscere una realtà italiana diversa da quella di provenienza che ha, quanto meno parzialmente, inciso sulla sua formazione, considerata anche la giovane età. Ma non è questo il punto. Sinner, con le sue vittorie, ha riportato gli italiani ad appassionarsi al tennis, riaccendendo quel processo di identificazione collettiva che la nazionale di calcio ha messo momentaneamente in stand by. Il suo modo di primeggiare, però, diversamente da quanto di norma riesce a veicolare uno sport diffuso come il calcio, ha contenuti ulteriori rispetto alla vittoria, che possono trovare nell’ammirazione che genera un moltiplicatore di efficacia. Si, perché le prestazioni di Jannik brillano non solo per i risultati eccellenti che raggiungono ma anche per il modo con cui quei risultati vengono ottenuti. Compostezza, duro lavoro, capacità di trarre il meglio anche dalle situazioni più negative sono le fondamenta sulle quali Sinner ha costruito i suoi successi. Valori che traspaiono dalle sue conquiste, evidenti soprattutto agli occhi di noi italiani, così attratti dalle sue vittorie e così bisognosi di essere educati dalle modalità con cui riesce a raggiungerle.
fonte: https://paolovalenti.substack.com/p/sinner-un-italiano-per-gli-italiani-f82








