Le azzurre di Soncin hanno raccolto apprezzamenti unanimi con atteggiamenti che i colleghi uomini dovrebbero imitare
In questi giorni l’ottimo risultato ottenuto dalla nazionale di calcio femminile allenata da Andrea Soncin ha avuto vasta eco sui media. Niente di più meritato per una squadra che ha saputo sorprendere il pubblico nostrano, piuttosto annoiato da quello che ha proposto il calcio maschile fino a pochi giorni fa (la Coppa del Mondo per club) e dalle prime amichevoli estive della nuova stagione, ancora poco attendibili nel dare indicazioni sul valore delle squadre che affronteranno il campionato. Le azzurre hanno rappresentato una ventata di novità con la freschezza delle loro ambizioni, manifestate gradualmente con il progredire verso la semifinale, dove il cammino dell’Italia si è fermato più per ingenuità che per demeriti gravi.
Il risultato, seppur ottimo, è secondario rispetto a quanto sono state in grado di esprimere le ragazze di Soncin. Innanzitutto, un’evoluzione del movimento evidente: fino a pochi anni fa, il tasso tecnico medio delle nostre calciatrici lasciava a desiderare, evidenziando un divario con i colleghi uomini abissale. Oggi, guardare una partita delle azzurre conferma che, grazie anche al professionismo, i progressi tecnici e tattici fatti sono stati notevoli. Uno sviluppo che aiuta ad abbattere alcuni pregiudizi che, fino ad oggi, potevano tener lontano il grande pubblico dal calcio femminile.
Ma ciò che ha colpito di più, in questo Europeo, sono stati gli atteggiamenti così diversi delle nostre giocatrici rispetto a quelli che i colleghi della selezione maschile ci hanno abituato a osservare. Innanzitutto, lo spirito di gruppo che ha animato le prestazioni offerte. Un senso di partecipazione che si percepiva nettamente dal comportamento delle calciatrici che sedevano in panchina, pronte a dare il massimo appena chiamate a scendere in campo e, in ogni caso, prime tifose delle compagne titolari. Uno spirito che ha moltiplicato le forze e mitigato paure e tensioni tipiche di ogni manifestazione internazionale arrivata nelle sue fasi conclusive.
Inoltre, la spontaneità dei gesti evidenziata dalle ragazze ha cancellato l’idea dei giocatori che sembra studino ogni mossa che fanno, dal momento in cui escono dagli spogliatoi fino a quando vi rientrano, come attori consumati che, soprattutto quando subiscono qualunque tipo di fallo, recitano una parte spesso deprecabile per volgere a loro favore le decisioni arbitrali. Le donne non hanno rantolato per terra come fossero state colpite da una pallottola: ad ogni fallo si sono subito rialzate, pronte a riprendere il gioco senza fastidiose perdite di tempo. Una ventata di aria fresca per chi guarda il calcio come un’attività che può trasmettere ancora i valori dello sport.
Nel buio delle qualificazioni ai mondiali mancate e di quelle che abbiamo paura di fallire nuovamente, la nazionale femminile ha dato l’esempio di cosa significhi giocare senza paura, cercando di superare i propri limiti grazie a un gruppo unito e a un entusiasmo genuino. Valori che il pubblico ha percepito e apprezzato, ai quali sarebbe opportuno che i colleghi della nazionale di Gattuso attingessero a piene mani.




