E così ci risiamo. Dopo i nefasti spareggi che hanno chiuso le porte della fase finale dei Mondiali in faccia all’Italia sia nel 2018 che nel 2022, gli azzurri dovranno nuovamente provare ad accedere alla prossima edizione della Coppa del Mondo passando per le forche caudine dei playoff mondiali. Una situazione per certi versi paradossale, quasi grottesca. Il paradosso sta nel fatto che una Nazionale con la tradizione dell’Italia si possa trovare per tre volte di fila a mancare la qualificazione diretta a un Mondiale; il grottesco emerge dal timore con cui tutto il movimento osserva le prossime due (sperando che arrivino) partite che i ragazzi guidati da Gattuso dovranno affrontare.
Le cause di questo declino sono molteplici: un’analisi completa richiederebbe uno spazio ben più ampio e rischierebbe, qui, di diventare superficiale o dispersiva. Scegliamo di fare un focus su un aspetto che, finora, è stato poco considerato e che, invece, rischia di essere uno dei fattori più negativi di cui tener conto in vista dei prossimi incontri di marzo: quello psicologico.
I precedenti, dai playoff Mondiali agli Europei
È evidente come il valore tecnico espresso dall’Italia si sia abbassato negli ultimi anni, sia nella presenza di grandi individualità, sia nella qualità complessiva. Ma l’Italia rimane comunque una rappresentativa che, nel ranking FIFA, oscilla stabilmente attorno alle prime dieci posizioni. È una squadra che, poco più di un anno fa, ha battuto con merito la Francia in trasferta dopo settant’anni (Francia-Italia 1-3, 6 settembre 2024, partita di Nations League) con un calcio agile e godibile, dopo che poche settimane prima era sembrata inabile al gioco facendosi eliminare maldestramente dalla Svizzera agli ottavi di finale degli Europei. Segno evidente di un meccanismo mentale che, nella testa degli azzurri, può accendersi o spegnersi in funzione delle sollecitazioni alle quali viene sottoposto il gruppo e, soprattutto, del modo con cui vi reagisce.
Per analizzare il problema, si possono prendere come riferimento tre partite nelle quali il disagio interiore è emerso con maggiore evidenza: quella di spareggio per la qualificazione a Qatar 2022 (Italia-Macedonia del Nord 0-1 del 24 marzo 2022), la già citata Svizzera-Italia 2-0 (29 giugno 2024) e Italia-Norvegia 1-4, giocata a Milano lo scorso 16 novembre. Tre incontri che hanno un filo conduttore comune: prestazioni non all’altezza del valore effettivo dei giocatori, nelle quali la mancanza, se non di convinzione, quantomeno di vis agonistica è stata determinante nel disegnare le sconfitte.
A Palermo, nel 2022, il passare dei minuti senza riuscire a perforare la difesa avversaria si trasformava gradualmente in angoscia collettiva che offuscava capacità di esecuzione e superiorità tecnica. Quel giorno il fantasma di una nuova, clamorosa esclusione dalla fase finale dei Mondiali dopo il flop del 2017 aleggiava sempre più cupo sul Barbera, fino al gol degli ospiti che tagliò la testa a ogni forma di speranza residua. Arrivato, alla fine, tra incredulità e rammarico, con il pensiero che tornava ai rigori sbagliati nel girone di qualificazione che avrebbero permesso all’Italia, in quel momento campione d’Europa, di andare direttamente al Mondiale. Già in questo primo episodio fu evidente l’incapacità dei protagonisti di sostenere il peso di una pressione, quella di non poter fallire ancora una volta l’accesso al Mondiale, che per la prima volta il gruppo di Mancini era chiamato ad affrontare. Sì, perché il percorso immacolato di 37 partite consecutive senza sconfitte e la vittoria dell’Europeo erano arrivati con la leggerezza di chi, partendo dal punto più basso toccato dal 1958, nel 2018 aveva cominciato un percorso di risalita nel quale tutto era da guadagnare e poco da perdere. Nel momento in cui, a Palermo, quelle due componenti si invertirono, il cedimento mentale fu evidente, sostanziandosi in una nuova Caporetto calcistica.
Uno schema simile si è ripresentato nel 2024. Nel ritiro di Coverciano in preparazione agli Europei, Luciano Spalletti, animato dalle migliori intenzioni, spinse molto l’acceleratore sul senso di responsabilità che gravava su chi rappresentava la Nazionale, soprattutto dopo le recenti eliminazioni dai Mondiali. Un sentimento che sentiva proprio, che lui personalmente aveva la forza di affrontare (“Ho la responsabilità di quel che accadrà, ma sono le responsabilità che ti rendono felice”) e che cercava di trasferire al gruppo, ricorrendo anche all’invito dei cinque numeri dieci che avevano fatto la storia dell’Italia: Rivera, Antognoni, Baggio, Totti e Del Piero. Queste alcune delle dichiarazioni che il tecnico rilasciò in quei giorni:
«L’invito è stato fatto per far assorbire l’appartenenza e l’importanza della maglia azzurra ai giocatori. Noi dobbiamo essere all’altezza della storia: abbiamo fiducia in voi (i giocatori, nda). È vero, ci può essere un po’ di timore per questa maglia da indossare carica di storia. Ma state tranquilli: sono gli avversari ad avere più paura di questa maglia. Questa maglia è qualcosa di speciale, dobbiamo dimostrare agli italiani che siamo degni di indossarla.»
I continui richiami alla storia e al peso della maglia furono un martellamento costante a cui Spalletti sottopose il gruppo, convinto che potesse servire a tirare fuori il meglio dai giocatori. La realtà del campo, purtroppo, rivelò il contrario: gli azzurri affrontarono la Svizzera, nel primo vero dentro o fuori, contratti e intimoriti, senza la minima convinzione di poter vincere. Gambe pesanti, idee annebbiate. Lo stesso Spalletti, nei mesi seguenti, ha ammesso di aver “sbagliato qualcosa” nella gestione del gruppo. Un mea culpa che faceva riferimento anche a considerazioni di carattere tecnico-tattico, ma che chiamava in causa principalmente la dimensione mentale.
Un elemento che è riemerso nell’ultima partita giocata al Meazza contro la Norvegia, nonostante un avvio promettente che avrebbe dovuto infondere coraggio ed energie ai ragazzi di Gattuso. Al contrario, dopo essersi lasciati irretire dal ritmo lento imposto dagli scandinavi nel primo tempo, nel secondo gli azzurri sono clamorosamente naufragati sotto gli occhi del proprio pubblico, subendo un passivo che, sul campo, ha messo in luce lo stesso atteggiamento remissivo e sfiduciato emerso nei precedenti incontri citati.

L’Italia del calcio e il disagio, specchio della società di oggi
Cosa si nasconde in una Nazionale in crisi di risultati che mette in luce questi limiti caratteriali? Perché ragazzi che dovrebbero dare intensità e lasciare l’anima in campo per dimostrare di essere almeno all’altezza degli avversari, non riescono a esprimersi ai livelli ai quali arrivano quando giocano per i loro club?
Come già accennato, qui è preferibile non entrare nelle considerazioni di carattere tecnico. Piuttosto, è l’aspetto psicologico che interessa valutare. Ciò che emerge è che questa squadra rifletta in maniera lineare il modo che hanno i giovani italiani di rapportarsi con le aspettative: da quelle familiari, che includono il rendimento scolastico e le scelte di vita considerate sicure, come una carriera “stabile” e il conformarsi alle indicazioni dei genitori, a quelle sociali (attesa di successo nel lavoro e nel gruppo di appartenenza) fino ad arrivare a quelle imposte dai social media (immagine corporea, popolarità). Davanti a questi scenari, molto spesso i ragazzi entrano in crisi, sviluppando una serie di reazioni che riducono le loro capacità potenziali, che vanno dall’ansia a forme più profonde di disagio. Nel caso della Nazionale, il parallelo appare piuttosto immediato: le attese (nel 2022 e nel 2025 centrare l’accesso alla Coppa del Mondo, nel 2024 dover dare alla maglia il lustro che le conferirono campionissimi come i numeri dieci convocati a Coverciano) sono state significative e gli azzurri le hanno probabilmente ritenute, a torto o a ragione, troppo elevate per le loro possibilità. Da qui prestazioni al di sotto delle possibilità, nelle quali un mix di ansia e senso d’impotenza, accompagnato da un progressivo calo motivazionale, hanno portato i nostri calciatori a giocare in modo ampiamente inferiore non solo alle attese ma anche al loro stesso potenziale effettivo.
In tal senso, soprattutto la partita contro la Svizzera degli Europei 2024 sembra costituire un esempio paradigmatico: ragazzi impacciati, timorosi, incapaci di produrre un gioco minimamente efficace da qualsiasi punto di vista (tecnico, tattico, agonistico) non hanno mai dato l’impressione di poter mettere in difficoltà gli elvetici. Se è vero che sono gli impulsi del cervello a determinare le azioni del corpo, il problema maggiore dell’Italia in vista degli spareggi di marzo, più che il valore degli avversari, in teoria alla nostra portata, o lo stato di forma, sarà riuscire a costruire un approccio mentale adeguato. Un lavoro delicato, di cui ci auguriamo che Gattuso e il suo staff si siano fatti carico.
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