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Borg senza più eredi? La crisi del tennis svedese

Nell’attuale classifica dell’ATP, nessuno svedese compare nei top 100. Motivi strutturali e organizzativi sono alla base di un declino al quale si sta cercando di porre rimedio

La classifica dell’ATP di metà marzo 2026 rivela una realtà che, per chi ha vissuto i tempi di Björn Borg, Mats Wilander e Stefan Edberg, ha dell’incredibile. La Svezia, una nazione che tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta ha esercitato un’influenza determinante sul circuito maschile, si trova oggi ad affrontare un vuoto di rappresentanza senza precedenti nelle posizioni d’élite del ranking. Al 16 marzo 2026, la classifica ufficiale non riporta alcun tennista svedese tra i primi cento giocatori del mondo. Questo dato mette in rilievo il processo di decadenza che ha trasformato quella che era definita la fabbrica dei campioni in una nazione assente nel contesto del professionismo d’alto livello.

La Svezia ha vissuto una stagione di successi nel tennis che oggi, agli occhi dei più giovani, è impensabile. Tra il 1974 e il 1992, i tennisti svedesi hanno conquistato 24 titoli del Grande Slam su 76 disponibili, una percentuale superiore al 31%. Il 1988 rimane il simbolo di questo dominio, con la Svezia capace di realizzare il Grande Slam stagionale come nazione: Mats Wilander, infatti, trionfò in Australia, Francia e Stati Uniti, mentre Stefan Edberg si impose sull’erba di Wimbledon. Non si trattava “solo” del successo di due grandi campioni: il movimento tennistico svedese aveva anche una profondità che si traduceva nella presenza di diversi giocatori all’interno della top 100 mondiale. Sembrava che il ricambio generazionale fosse inesauribile, frutto di un sistema capace di coltivare i talenti e di accompagnarli dalle scuole di addestramento alle posizioni di vertice dell’ATP.

Al contrario, la situazione fotografata dalle classifiche aggiornate dipinge un quadro desolante. Il miglior giocatore nazionale, Elias Ymer, occupa la posizione numero 243, seguito a grande distanza da Olle Wallin (432) e da giovani promesse che faticano a stabilizzarsi nel circuito maggiore. Anche le speranze legate a Leo Borg, figlio del leggendario Björn, rimangono confinate oltre la cinquecentesima posizione, evidenziando molte difficoltà a compiere il salto di qualità nel circuito ATP. Pur se, va detto per completare il quadro di riferimento, qualche recente segnale di ripresa dai circuiti giovanili sembra arrivare. Tra le ragazze, Lea Nilsson si è imposta come una delle promesse più brillanti, raggiungendo la finale agli US Open Junior 2025 e vincendo titoli prestigiosi come il Salk Open. Tra i maschi, William Rejchtman Vinciguerra ha mostrato progressi interessanti, entrando stabilmente nei tabelloni principali dei tornei junior e ottenendo vittorie contro avversari classificati nella top 10 mondiale di categoria. Quanto alla nazionale, la Svezia ha registrato nel 2025-26 i primi risultati di rilievo nelle competizioni under 14 e under 16, qualificandosi per le finali mondiali ITF Junior per la prima volta dal 1992. Tuttavia, il pericolo rimane la transizione: la Svezia dispone di buoni prospetti, ma il sistema manca di una struttura capace di traghettarli verso le posizioni di vertice del ranking.

Le cause

Una delle ragioni primarie di questo declino risiede in una certa rigidità strutturale. Il sistema, pur essendo stato pionieristico, non ha saputo adattarsi all’evoluzione che ha percorso il tennis. Negli anni Ottanta, il modello svedese era basato su una rete capillare di club locali e sull’accessibilità economica garantita dal sistema sociale nazionale. Il cambiamento del tennis moderno verso un atletismo estremo e una specializzazione precoce ha trovato la Svezia impreparata. Il clima rigido della penisola scandinava impone ai tennisti svedesi di allenarsi indoor per circa otto o nove mesi l’anno. Questo comporta l’utilizzo prevalente di campi in cemento o sintetici molto rapidi, che tendono a favorire scambi brevi e un gioco poco articolato dal punto di vista tattico. Secondo esperti come Simon Aspelin (vincitore nel doppio agli US Open 2007) e Magnus Norman (ex numero 2 del mondo e finalista al Roland Garros nel 2000), questa limitazione ambientale impedisce lo sviluppo dell’acume tattico e della capacità difensiva che si acquisiscono sulla terra battuta, superficie su cui si costruisce la base tecnica della maggior parte dei top player mondiali. Mentre nazioni come Italia, Spagna e Francia hanno investito massicciamente in una varietà di superfici, la Svezia è rimasta ostaggio dei propri capannoni riscaldati, producendo giocatori tecnicamente validi ma spesso unidimensionali.

Inoltre, il Paese soffre della carenza di tornei d’élite sul proprio territorio: nel 2026 ospiterà solo tre eventi davvero di rilievo (due ATP – Båstad e Stoccolma – e un WTA 125, sempre a Båstad), costringendo i giovani talenti e le loro famiglie a sostenere costi di trasferta enormi per competere all’estero e accumulare punti per il ranking. Questa barriera economica è diventata insormontabile per molti, dato che un percorso d’alto livello per un junior costa oggi tra le 150.000 e le 300.000 corone svedesi annue (l’equivalente di circa 14.000-28.000 Euro), con la Federazione che copre solo una minima parte di queste spese.

Un contributo scientifico interessante alla comprensione di questo declino è emerso anche da uno studio condotto in collaborazione con la Federazione riguardo al cosiddetto Relative Age Effect (RAE). La ricerca ha dimostrato che il sistema di selezione svedese è molto influenzato dalla data di nascita dei giovani atleti: quelli venuti alla luce nei primi mesi dell’anno hanno molte più probabilità di essere selezionati per i programmi d’élite rispetto ai giocatori nati nell’ultimo trimestre, semplicemente perché fisicamente più sviluppati durante le fasi critiche della crescita. Questo pregiudizio metodologico ha portato alla dispersione di un numero significativo di talenti “tardivi” che, pur avendo un potenziale tecnico e mentale importante, sono stati esclusi dai sistemi di supporto federale a 12 o a 14 anni. La popolarità del tennis amatoriale in Svezia rimane alta, ma la mancanza di un percorso strutturato che riconosca e coltivi tecnica e fantasia oltre ai parametri fisici ha limitato la formazione di giocatori capaci di reggere l’urto del professionismo senior. Un problema, se vogliamo, non di esclusiva pertinenza del tennis, che comunque si aggiunge agli altri già evidenziati.

Un ulteriore elemento da valutare è il contesto sociologico. Il tennis svedese dell’era Borg attingeva da tutte le classi sociali, non solo dall’élite economica. Il successo era alimentato da una “fame” competitiva che oggi sembra essersi affievolita. La cultura scandinava del giusto equilibrio e dell’attenzione a un’infanzia serena può collidere con la dedizione totale richiesta dal tennis professionistico moderno: allenamenti intensivi, viaggi, impegno a portare avanti gli studi. Inoltre, in un sistema di welfare altamente protettivo, il rischio intrinseco che comporta puntare su una carriera sportiva che non dà nessuna garanzia di successo viene spesso scartato a favore di percorsi accademici o professionali che garantiscono prospettive di lavoro più sicure. Questo fenomeno è ancora più evidente se confrontato con i paesi dell’Europa dell’Est, dove il sacrificio e l’impegno precoce sono visti come una delle poche vie percorribili verso l’ascesa sociale. Inoltre, il fatto che molti ragazzi abbiano preferito orientarsi verso altri sport più radicati nel tessuto sociale svedese, come l’hockey su ghiaccio, il calcio, la pallamano o il golf, ha ridotto il bacino di utenza del tennis.

C’è, infine, un ulteriore aspetto di carattere mentale da considerare: quello legato alla responsabilità generata dalla tradizione. Il peso di dover trovare il nuovo Borg o il nuovo Edberg ha creato una pressione psicologica che rischia di opprimere i giovani. Mats Wilander ha notato che i successi di Robin Söderling, pur eccezionali (finalista al Roland Garros nel 2009 e nel 2010), non vennero celebrati con l’entusiasmo che meritavano, ma furono vissuti quasi con disappunto perché non si erano tradotti in vittorie, evidenziando un’aspettativa del pubblico distorta e controproducente.

La questione federale

Questa mancanza di risultati alla fine è sfociata in una crisi istituzionale. Nell’ottobre 2025, i finanzieri Christer Gardell e Ulf Rosberg hanno lanciato una sfida aperta alla Federazione svedese, offrendo un investimento di 100 milioni di corone svedesi (circa 9 milioni di euro) in cinque anni a condizione che l’intero consiglio direttivo si dimettesse. Gardell ha presentato un programma per rivitalizzare il movimento, criticando duramente la Federazione per aver operato in modo poco lungimirante, effettuando selezioni precoci (già all’età di 14-15 anni) invece di costruire una filiera più ampia e strutturata che permetta anche ai talenti con step evolutivi più lenti di non perdersi per strada. Il contenuto del piano consiste in un programma basato su cinque punti principali:

  1. Creare una vera struttura di sviluppo dei giocatori, con l’assunzione di coach d’élite dedicati alla crescita dei talenti e la raccolta sistematica di dati su tecnica, fisico e forza;
  2. Rafforzare i club, alzando il livello soprattutto nelle aree metropolitane e sostenendo di più quelli delle zone meno centrali;
  3. Aumentare stage e trasferte internazionali, per allargare la base dei giocatori junior seguiti;
  4. Organizzare più tornei internazionali in Svezia, con un ruolo diretto della Federazione;
  5. Sostenere economicamente l’ingresso nel professionismo, anche con soluzioni personalizzate, per esempio per chi rientra dagli Stati Uniti dopo il college.

L’iniziativa di Gardell e Rosberg ha ovviamente avuto un impatto sulla federtennis che, da una parte, ha tenuto aperta la porta alla discussione dei contenuti della proposta e, dall’altra, ha voluto comunque precisare che molti degli elementi indicati nel programma da Gardell e Rosberg sono già presenti nella strategia federale. Il nodo della questione, pertanto, non sarebbe ripartire da zero ma rafforzare i programmi già in via di implementazione. La presidente federale Åsa Hedin, inizialmente ferma nel rifiutare la proposta sic et simpliciter, all’inizio di marzo ha annunciato che non si ricandiderà alle elezioni di aprile, aprendo di fatto alla possibilità che Rosberg possa diventare il nuovo presidente, sostenuto dai fondi di Gardell. Vedremo cosa succedere il 26 aprile a Stoccolma, quando arriveranno le proposte del comitato nomine: sarà in quel frangente che si capirà davvero quale sarà l’orientamento definitivo verso la proposta dei due imprenditori. Oggi l’unica cosa certa è che il tennis svedese ha bisogno di un cambio di marcia

Articolo pubblicato su: https://substack.com/home/post/p-194898649

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