Home / Non di solo calcio / Sinner e i problemi fisici: il limite del numero uno

Sinner e i problemi fisici: il limite del numero uno

La partita con Juan Manuel Cerundolo, a Parigi, è stata un nuovo segnale delle difficoltà fisiche a cui, periodicamente, Sinner va incontro. In vantaggio 6-3, 6-2, 5-1, Jannik si è fermato, vittima di un malessere che i più hanno ricondotto alle condizioni di calore che affliggono Parigi in questi giorni. Il giocatore in pieno controllo del match che si era visto fino a quel momento ha lasciato il campo a una controfigura spenta, quasi grottesca nel mimare senza energia i movimenti del campione. Un dummy al quale sembrava si fossero completamente scaricate le batterie. A nulla è servito l’intervento del fisioterapista mentre i suoi tifosi, attaccati alla televisione, hanno pregato e fatto gli scongiuri perché, alla fine, l’altoatesino si riprendesse e portasse a casa una partita dominata.

Vederlo giocare con movimenti alterati e con poca coordinazione ha assunto i tratti del surreale e ha fatto venire alla mente il più recente dei disagi affrontati: quello nel match disputato a Roma contro Medvedev, durante il quale i segnali di una fatica non giustificabile dall’impegno e dalle condizioni climatiche avevano fatto temere il peggio. In quel caso, l’interruzione della gara è stata provvidenziale per permettere a Sinner di superare la crisi. Ma cosa sarebbe successo se la partita fosse continuata regolarmente? Quanto accaduto a Parigi è sembrato replicare, anche se con toni più drammatici, il blocco che si stava manifestando in quella piovosa serata al Foro Italico.

Dopo il match con Cerundolo, Sinner ha parlato di poca energia, di condizioni fisiche non buone già nelle prime ore della mattina precedente la discesa in campo. Non ha attribuito tutto alle temperature elevate, anche se le condizioni ambientali erano effettivamente pesanti. Non ha cercato una spiegazione unica. Ha dato un’indicazione vaga che, però, è la più vera: il corpo non ha funzionato, può succedere. Sono umano anch’io. E questo è il tema.

Sinner, i problemi fisici sono figli della sua forza mentale

Jannik non dà l’impressione di appartenere a quella categoria di atleti per cui tutto sembra avvenire con spontaneità: il suo fisico, estremamente resiliente ma costruito su un equilibrio meno dominante rispetto a quello di altri numeri uno del passato, deve rispondere alle stesse sollecitazioni che fronteggiano, con strutture più prestanti, gli altri top player, a partire da Alcaraz. Tecnicamente, pur se si è molto affinato con l’allenamento, non ha il tocco di palla di numeri uno come Federer o Djokovic. Sinner ha costruito la propria crescita su una disciplina rara, la capacità di restare dentro il lavoro e di reggere la routine della ripetizione ossessiva. L’applicazione, la voglia di migliorarsi continuamente, la capacità di gestire sforzi superiori al carico che, naturalmente, potrebbe sopportare, lo hanno trasformato in un campione capace di raccogliere consenso ben oltre il pubblico del tennis. La sua è una forza di volontà che, probabilmente, lo porta a forzare i suoi limiti con una frequenza che, alla luce dei più recenti episodi, può diventare insostenibile.

Nello sport, nel tennis in particolare, si tende a pensare che la forza mentale sia sempre un vantaggio. E, in effetti, solitamente lo è: permette di vincere partite nate male, di attraversare momenti in cui il gioco non arriva come si vorrebbe, di evitare che una difficoltà transitoria si trasformi in una sconfitta. Ma la forza mentale, per sua caratteristica intrinseca, può far cadere nel tranello del superamento eccessivo dei propri limiti, quelli che impone il fisico, perché può costringerlo a restare in azione anche quando non dovrebbe più farlo. È in questo senso che gli episodi di cedimento, piuttosto frequenti, in cui è incappato Sinner possono essere letti: la sua mente continua a comandare ma il corpo, a un certo punto, smette di obbedire per proteggersi da eventuali danni gravi.

È un’ipotesi, ovviamente, ma aiuta a leggere meglio certi crolli improvvisi. L’atleta d’élite non vive la soglia di resistenza come una persona comune: è abituato a spostarlo, a trattarlo come un dato provvisorio da spingere oltre il punto in cui si trova. Ogni allenamento di alto livello è un negoziato con la propria soglia di resistenza. Il problema nasce quando quel negoziato perde equilibrio. Se l’organismo manda segnali e la mente li interpreta solo come ostacoli da saltare, la prestazione entra in una zona di rischio non necessariamente immediato. Ma l’accumulo di limiti oltrepassati, di qualsiasi genere siano – da quelli fisici ad altri derivanti dalle molteplici pressioni alle quali gli atleti top sono sottoposti, come attese del pubblico, aspettative degli sponsor, necessità di fare grandi risultati e non deludere – alla lunga presenta il conto.

Nel caso di Sinner questo aspetto è più evidente perché Jannik non è nato né con il fisico di Nadal né con il talento naturale di Federer. Per arrivare a essere il numero uno, ha dovuto andare oltre la propria struttura e impegnarsi al massimo per migliorare la tecnica dei suoi gesti. Andare troppo al di là delle proprie possibilità potrebbe essere la causa dei cedimenti di Jannik che, quando arrivano, sono netti, come se un interruttore interno, all’improvviso, decidesse di entrare in una fase di sospensione protettiva che lo preserva da danni consistenti (come, ad esempio, l’infortunio che sta costringendo Alcaraz a stare lontano dai tornei per molti mesi). La necessità di confermarsi, l’esposizione mediatica e il ruolo assunto nel tennis contemporaneo si sommano alla dimensione fisica dell’atleta, portandolo a una situazione di stress che modifica le abitudini a livello prestazionale e non solo, dal sonno, alla tensione muscolare e, conseguentemente, alla percezione dello sforzo.

Questo accumulo di sollecitazioni può rendere difficile distinguere tra un malessere passeggero e un segnale da ascoltare. Anzi, può portare l’atleta a trattare ogni allarme come un ostacolo da saltare. E se l’atleta ha costruito la propria grandezza proprio sulla capacità di superare i propri limiti, il rischio è che l’allarme venga riconosciuto troppo tardi.

Riconoscere i propri limiti

La stagione 2024-25 ha avuto per Sinner un risvolto ulteriore: oltre ad aver giocato da numero uno, con tutto quello che implica, lo ha fatto con la mente adombrata anche dalla vicenda Clostebol, con relativa squalifica e il giudizio del pubblico e dei colleghi da sostenere. Nessun atleta può attraversare un simile periodo senza pagare un costo di stress aggiuntivo che, nella migliore delle ipotesi, drena ulteriori energie a un apparato psicofisico già fortemente sollecitato.

Il carico psicologico non sempre ha effetti immediati. A volte si manifesta differito nel tempo, quando il corpo si trova davanti a uno sforzo imprevisto. La letteratura scientifica sulla fatica mentale indica che uno stato di affaticamento cognitivo può aumentare la percezione dello sforzo e ridurne la tolleranza. Non significa che il giocatore “crolli perché pensa troppo” ma, diversamente, che il cervello può arrivare alla competizione con minori risorse disponibili. E quando la carica si assottiglia, il fisico pesa di più. Lo stesso scambio, lo stesso recupero, lo stesso game richiedono un impegno maggiore.

In questo senso, l’affanno respiratorio che ha contraddistinto gli ultimi game della partita di Roma contro Medvedev, prima della provvidenziale sospensione, potrebbe essere un esempio esplicativo. Quella respirazione affannosa e irregolare è sembrata eccessiva rispetto agli sforzi che quei game, in condizioni ordinarie, potevano giustificare. Forse, però, erano proprio le condizioni di Sinner a non essere ordinarie, almeno dal punto di vista del carico mentale. Gran parte della prestazione sportiva si svolge sotto il livello conscio: il corpo agisce prima che la mente codifichi un’azione. Allo stesso modo, può proteggersi prima che la mente accetti di fermarsi. Nei momenti di sforzo estrema, il meccanismo di reazione del campione è semplice: la volontà spinge per superare gli ostacoli imposti dal proprio organismo, l’identità del grande giocatore spinge a proseguire, il contesto chiede (o meglio, impone) di vincere. Ma l’organismo, quando percepisce che la prosecuzione dello sforzo non è più sostenibile perché mette a repentaglio la sua integrità, può produrre un arresto per impedire che la prestazione diventi autodistruttiva.

Capire quale sia la soglia oltre cui è preferibile fermarsi, però, non è semplice. Il grande tennista si definisce proprio per la capacità di andare oltre quello che per altri sarebbe sufficiente. Sinner è diventato Sinner anche per questo, senza accontentarsi della normale soglia di fatica e disciplina. La sua forza mentale è stata il mezzo con cui ha costruito il proprio primato: se mal gestita, può anche portare a un punto di rottura. Se l’input interno è sempre “ancora”, “oltre”, “resisti”, il fisico può rispondere con l’unica possibilità che gli resta: staccare la spina. A Parigi contro Cerundolo, questa dinamica è apparsa in forma paradigmatica. Certo, non ci sono le prove scientifiche di quello che è successo effettivamente all’altoatesino, ma i dati empirici lo suggeriscono: ha dominato fino a sfiorare la vittoria, per poi perdere improvvisamente la capacità di competere.

Vedere Jannik servire a bassa velocità quasi come un giocatore da circolo, incapace di fare uno smash perché gli veniva a mancare la coordinazione, ha fatto impressione. Ma, allo stesso tempo, ha alzato il velo sulla sua condizione attuale: ha reso visibile una fragilità che suggerisce come Sinner si stia avvicinando a una soglia di sostenibilità psicofisica più delicata di quanto fosse apparso finora.

Ora c’è Wimbledon all’orizzonte. Ma, prima ancora, ci sono giorni di riposo per recuperare un top player che negli ultimi mesi ha mostrato più volte segnali di sovraccarico. Se Sinner vuole continuare a primeggiare anche nei prossimi dieci anni, insieme al suo staff dovrà iniziare a pensare di lasciare per strada qualcosa, puntando su una programmazione più selettiva, costruita attorno a obiettivi compatibili con la sostenibilità del suo impegno agonistico. Non si tratta di suggerire al nostro miglior tennista di essere meno ambizioso o meno disponibile allo sforzo. Del resto, sarebbe inutile: senza quella struttura mentale, Jannik non sarebbe arrivato dove è.

I ritmi di oggi, però, impongono a chi punta al numero uno di imparare a distinguere tra la fatica che va attraversata e i segnali che lancia un corpo al quale si chiede troppo. Non basta più semplicemente vincere più partite degli altri. Sinner ha costruito la propria grandezza spostando continuamente il perimetro delle proprie possibilità: la sfida, ora, è capire la frontiera oltre la quale non si deve avventurare.

Articolo pubblicato che su: https://puntero.eu/sinner-problemi-fisici-forza-mentale/

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *